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NO1 Imbarcato in tenera età su un cargo battente bandiera liberiana, NO1 ha sviluppato grazie ai suoi viaggi in giro per il mondo, e ai conseguenti contatti con numerose popolazioni indigene legate alle tradizioni, una smodata passione per l'antico. Passione che oggi riversa nel retrogaming, in particolare se targato Sega...

Sega Mega Drive
Urban Strike
Electronic Arts | The Edge | Mike Posehn | Foley Hi-Tech | Granite Bay | John Manley | Tony Barnes
05 05 2014

Con la roba Electronic Arts bisogna andarci cauti. Capace di capolavori assoluti e di boiate pazzesche, soprattutto in fase di edizione di produzioni altrui, la multinazionale di Redwood è anche caduta con una certa frequenza nella trappola dei remake infiniti, tanto da identificarsi con questa tendenza, perseguita da tempo immemorabile. Non ha fatto eccezione la serie bellica inaugurata da Desert Strike nel 1992 e portata avanti fino alle soglie del 2000. Niente di male, in teoria, nel replicare una formula apprezzata da pubblico e critica, non fosse però che la riproposizione dello stesso schema ha spesso comportato contraddizioni evidenti, forse inevitabili in caso di videogiochi. Tanto per cominciare lo stravolgimento del meccanismo di un gioco di successo, in caso di riedizione, non è solo pericoloso commercialmente parlando, ma potrebbe essere percepito come un tradimento da chi lo aveva precedentemente apprezzato: di conseguenza, in caso di sequel e contro sequel, non si potrà che avere una serie di giochi molto (troppo) simili tra loro. E in aggiunta, per non servire lo stesso tipo di sfida ad acquirenti già abituati a superarla, i remake di un gioco non possono che presentarsi con un livello di difficoltà sempre maggiore, qualche volta con grosse tare a carico della giocabilità.

Urban Strike (Mega Drive, 1994), ultimo episodio della serie a girare a 16 bit, era afflitto proprio da queste sindromi: sicuramente impostato con maggiore ambizione rispetto ai due primi episodi e portatore pure di qualche incredibile profezia (basti pensare che un gioco del 1994 riusciva a descrivere un attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York avvenuto sette anni dopo!), Urban Strike non è infatti all'altezza del buon Jungle Strike e tantomeno dell'ottimo Desert Strike. Sarà forse un problema di ispirazione (il primo Strike prendeva spunto da una guerra reale appena vinta), ma di sicuro la necessità di avere un gioco nuovo, incentrato su un'ipotesi da semi-fantascienza, non era altrettanto bruciante. Voglio dire: è difficile pensare che un magnate dei mass media, per quanto potente e matto, possa davvero mettere in piedi un esercito privato per generare situazioni caotiche all'interno delle città e arrivare poi a un colpo di stato (o no?). Fatto sta che Urban Strike proprio di questo tratta: il tycoon Malone punta a creare uno stato di guerriglia nelle principali città statunitensi e il governo centrale, ricorrendo all'Intelligence e all'esercito, entra finalmente in scena con un'altrettanto capillare azione antiterroristica. Sia l'inquadratura isometrica che il meccanismo di gioco sono gli stessi degli episodi precedenti della saga, con campagne militari e singole missioni (dieci campagne con un numero variabile da quattro a otto per le missioni), briefing descrittivi, riproduzione del cockpit degli elicotteri con tanto di dati relativi agli armamenti e al carburante, mappe dei territori con obiettivi da colpire, dispersi da soccorrere, munizioni e bonus rigenerativi da rintracciare, ma il panorama urbano, per quanto più ricco dal punto di vista grafico, rende anche inevitabilmente più intensa e complicata l'azione.

Tanto più che, come già avveniva in parte in Jungle Strike, l'elicottero Mohican, presente in scena di default, può essere sostituito da un più moderno Blackhawke o da un tank da assalto (mentre in alcuni casi i combattimenti vengono affrontati direttamente a terra, in stile fanteria e con qualche scomodità di troppo), con maggiore articolazione dei comandi che, comunque, non sembrano più realistici o pronti come un tempo, proprio in presenza di un gameplay di difficoltà crescente. Il che ci porta al poco saggio cambio di team Electronic Arts: in cabina di regia virtuale era rimasto il solito Mike Posehn, ma il grosso della produzione venne affidato a Granite Bay Software che, nonostante la presenza di un piccolo battaglione di addetti ai lavori (tra cui spiccavano David Foley e Scott Berfield come produttori e John Manley come direttore), non si dimostrò evidentemente all'altezza del difficile compito. Ma in finale dell'era a 16 bit la tendenza di Electronic Arts a demandare a softco satelliti la programmazione dei sequel dei suoi successi era irrefrenabile e colpiva in maniera inopinata anche prodotti di primo piano - basti pensare alla pessima conversione per Super Nintendo dello stesso Urban Strike. Per concludere, la più grossa sfortuna per Urban Strike è stata quella di essere solo il terzo elemento di una tale progenie e di non aver portato con sé abbastanza novità (a parte poi qualche piccola tara ereditaria). Ma per chi è ancora legato ai fasti della serie Strike, riprendere a giocare Urban Strike non è certo la scelta peggiore da fare (molto peggio sarebbe ricorrere a Soviet e Nuclear Strike per PlayStation, allora).

[NO1]


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